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Come la pubblicità usa la scienza

La pubblicità è vecchia come il mondo. Infatti, come tutti sanno, cominciò il serpente a decantare a Eva le virtù della sua frutta.”1

Probabilmente oggi il serpente direbbe ad Eva che la mela contiene le vitamine A, C ed E necessarie per il benessere e la salute del corpo e gli anti-radicali liberi capaci di ridare giovinezza ai tessuti. E un medico in sottofondo direbbe che anni e anni di ricerca e test scientifici hanno dimostrato che la mela è indicata per la gastroenterite, la diarrea, i calcoli biliari, aiuta la memoria e soprattutto contiene il piruvato, che fa dimagrire. Inoltre è bio-degradabile. E se lo dice lui che ha il camice bianco come fare a non crederci?

Oggi più che mai la pubblicità è pervasa di termini presi in prestito dalla scienza e dalla tecnica, dal significato a volte oscuro e complicato ma che hanno la straordinaria capacità di persuadere chi ascolta e convincerlo a comprare il prodotto reclamizzato. Già nel 1965 Cesare Segre2 sosteneva che “la pubblicità poteva sviluppare nuove superstizioni scientiste, cioè farsi veicolo di uno scientismo d’accatto”. I pubblicitari di allora come oggi avevano la tendenza a evidenziare la scientificità del prodotto, ricorrendo a tecnicismi nel registro verbale e “scienziati-maghi o scienziati-stregoni” nel registro visivo. Risale ancora a prima, al 1938, un lettera comparsa sul British Medical Journal (BMJ), intitolata “Science in Advertising” (la scienza nella pubblicità), in cui uno medico accusa la pubblicità di servirsi della loro professione per reclamizzare alcuni prodotti, che nulla hanno a che fare con la scienza . Biscotti, saponette, prodotti per la bellezza o per la colazione si trovano nel negozio sotto casa e non serve certo la prescrizione del medico per comprarli. Eppure su quotidiani e settimanali sono pubblicizzati con chiari riferimenti medici, diagrammi e dichiarazioni scientifiche. Il medico è una figura che rassicura, di cui il cittadino si fida a prescindere, perciò un prodotto consigliato da lui è sicuramente ottimo, anche se si tratta del semplice sapone per i piatti. Questo i pubblicitari lo sanno bene e lo sfruttano nelle loro réclame. “Forse il più grazioso è il medico che consiglia alla casalinga di usare un certo tipo di sapone per pulire la cucina. L’unico capace di rimuovere dalle superfici i grassi di cui si nutrono i germi, causa di molte malattie” Ovvio che se il dottore dice che quel prodotto è fenomenale per eliminare i germi e tutta una serie di malattie collegate, la signora che vede la réclame penserà che se vuole assicurarsi una buona salute e una vita tranquilla, è necessario comprarlo. Siamo sempre nel 1938 e in un cartellone pubblicitario, sotto la scritta “Il paradiso!Un miraggio!Sarà il nervosismo o la mancanza di sonno?” con relativa immagine, viene evidenziato che un eminente dottore ha scoperto una bevanda in grado di riequilibrare i sali minerali dell’organismo. “La loro mancanza può portare a diciotto malattie diverse, tra cui anche eczema e disfunzioni cardiache”. Nell’articolo apparso sul BMJ viene definita “pubblicità della paura” e oggi, nel 2012, non è certo passata di moda, anzi. Insieme al messaggio, al destinatario è trasmesso un senso di ansia. Chi fino a poco prima di vedere la reclame stava bene, subito dopo inizierà a pensare che forse potrebbe avere bisogno di quel prodotto. Prodotto in realtà assolutamente inutile, perché i sali minerali per esempio si introduco anche con una dieta sana ed equilibrata, ma che da quel momento in poi diventa fondamentale per la salute. Ogni giorno siamo bombardati da spot pubblicitari di farmaci da banco3 e integratori alimentari che sembrano essere necessari per la salute. I pubblicitari inventano di continuo nuove malattie inesistenti e su misura per i prodotti che devono reclamizzare e il potenziale acquirente le accetta, perché dietro c’è la figura del medico o del farmacista, di cui si fida.

Da sempre il mondo della scienza affascina il grande pubblico. Da qui il voler inserire a tutti i costi e ovunque riferimenti a questo mondo magico e sacro, capace di tanta forza persuasiva. Per fare un ulteriore passo indietro, basti guardare questa pubblicità del 1915 di L’Oreal, famosa marca francese di prodotti per i capelli. Quella che viene reclamizzata è una tinta per capelli all’hennè, la prima commercializzata:“Dalla scienza francese”. A effetto anche il distillatore e la vetreria che compaiono sul fondo del cartellone pubblicitario. Non c’è dubbio che Eugène Schueller, (fondatore di L’Oreal), abbia inventato il nuovo prodotto in laboratorio, usando provette e boccette come si vede nel disegno, e che sempre di scienza si tratti, è chimica.

Certo che le signore parigine dell’epoca, nel vedere che si trattava di scienza pura e certificata si saranno sentite più sicure di provare un nuovo prodotto assolutamente ignoto di cui non conoscevano neanche gli effetti.

Anche oggi, sempre parlando di cosmesi, il meccanismo si ripete. Citando il giornalista Pietro Greco in un suo recente articolo: «È scienza. Somatoline Cosmetic nasce da anni di esperienza e di ricerca, test clinico-strumentali condotti da Istituti Indipendenti ed elevati standard di efficacia e sicurezza da rispettare» (Greco, 2010). Come fare a scegliere fra tutti i tipi diversi di creme anti-cellulite, che oggi il mercato propone? Sicuramente avrà un maggior impatto emotivo il prodotto che ha superato i test, è stato provato con esperimenti scientifici e funziona. Quale maggior certezza di un test scientifico? E’ ovvio che di fronte a un problema simile, il potenziale cliente si affida alla crema supportata da tutta una serie di prove che ne garantiscono l’efficacia. Insomma se deve spendere dei soldi, li investirà in qualcosa che è certo che funzioni.

Sarebbe illusorio quindi pensare che la pubblicità in quanto forma di comunicazione, trasmetta un messaggio referenziale, atto cioè a informare i potenziali acquirenti delle caratteristiche che contraddistinguono il nuovo prodotto. In realtà più che fornire gli strumenti per capire se il prodotto reclamizzato è migliore o necessario, la pubblicità persuade il compratore e lo fa usando termini tecnici e scientifici dal suono misterioso e sconosciuto. “Il messaggio è un esca e perché sia allettante è arricchito di termini prestigiosi, della scienza e della tecnica”4. Il rispetto e la reverenza che abbiamo nei confronti di medici, scienziati e coloro che si professano esperti, fa si che un qualsiasi richiamo a quella dimensione, ora verbale ora visiva, faccia automaticamente da garante del prodotto. Caricare il discorso di tecnicismi fa credere che il messaggio sia referenziale ed è accettato con fiducia, anche se in realtà di informazioni ne da ben poche. Anzi molte della parole usate hanno un significato assolutamente sconosciuto per chi ascolta, ma proprio questo da l’idea che sia una scoperta scientifica sensazionale e al passo col progresso. “Per esempio confidiamo che lo shampoo che contiene la tricosaccaride della casa che ha scoperto la linea tricogena, ci faccia ricrescere i capelli. Così per il sapone che ha il duosteral, il dentifricio con esaclofene e le creme ad azione duodermale”. Se poi nel discorso fa riferimento a formule finali tipo “seguire attentamente le avvertenze e le modalità d’uso” o facendo presente che il prodotto si vende solo in farmacia, il gioco è fatto. Stesso discorso a livello visivo. Se chi presenta il prodotto ha un camice bianco, gli occhiali e un aria da dottore, nulla potrà mettere in dubbio la sua buona fede. Di chi ci si deve fidare se non del medico? Spesso inoltre i prodotti sono sottoposti a test “scientifici” e il superamento della prova sarà anch’esso una garanzia dell’ ottima qualità. E’ il caso della prova vino scottex, prova bacio del dentifricio super-colgate, o la prova top del deodorante dove. Un altro trucco a cui ricorrono i pubblicitari è l’utilizzo dei fanta-tecnicismi5. Parole prive di significato, inventate o già esistenti che vengono arricchite di un valore in più, scientifico o tecnico. Per esempio “neopulito, neoforte, biodelicato, nuovo dermo-protettivo, sicurezza di pulito oltre il bianco, rasoio ad angolazione calcolata, tappo plusvalore” tutti termini o frasi che non significano nulla ma che hanno un suono tecnico-scientifico e fanno credere che anche il prodotto a cui ci si riferisce lo sia. Altre volte è la marca stessa a fare da garante per il prodotto, senza bisogno di ricorrere a un parere esterno come il medico o lo specialista. Se siamo di fronte a una prestigiosa casa conosciuta in tutto il mondo, automaticamente collegata alla scienza o alla tecnologia più avanzata, non c’è bisogno di aggiungere altro né spiegazioni né informazioni. “IBM, Mayer, Saffe,(CONTROLLARE!!!!NOMI) sono veri e propri comunicati scientifici”6

Ma non va trascurato l’altro alto della medaglia. Se da una parte l’uso massiccio di termini scientifici e tecnici nella pubblicità trasmette un immagine stereotipata e riduttiva della scienza che non le giova, dall’altra la pubblicità in un certo senso rende un servigio alla scienza.

Come la scienza usa la pubblicità

Poco s’è detto a questo proposito, e cioè di come la scienza usi la pubblicità in quanto forma di comunicazione. La sua ampia diffusione e la capacità di raggiungere le classi sociali più eterogenee le conferisce un elevato potere comunicativo. Benché parte del contenuto scientifico si perda perché i messaggi sono distorti dai pubblicitari che li modellano e li riadattano a seconda dei proprio interessi, non si può negare che la pubblicità sia un veicolo di scienza. Le immagini e le metafore scientifiche anche se a volte si allontanano dal loro vero significato a causa di questa distorsione, rappresentano comunque un interazione, un dialogo tra pubblici di non esperti, che contribuisce alla diffusione della scienza. “I pubblicitari come i giornalisti non specializzati, gli insegnanti, i presentatori della televisione e della radio e gli artisti, sono attori con un ruolo rilevante nella diffusione della scienza nella società” . La comunicazione della scienza non sempre segue un processo lineare, che passa dagli esperti, al pubblico di non esperti. A volte prende percorsi diversi, non specialisti e diretti ma obliqui come la pubblicità. Capaci ugualmente di comunicare.

L’esposizione al sole può aumentare notevolmente il pericolo di insorgenza di un tumore della pelle”. E’ un informazione di cui non tutti erano a conoscenza fino a qualche decennio fa. E non è detto che la sua diffusione, come quella di altri messaggi a riguardo della salute e della prevenzione, sia stata possibile solo grazie ai canali istituzionali. Spesso un contributo sostanziale arriva proprio dalla pubblicità, che ha si dietro, il tornaconto di una qualche ditta interessata, ma che in fin dei conti aiuta a diffondere il messaggio. Questo perché la pubblicità passa per lo più attraverso il canale televisivo, molto più popolare rispetto ai giornali e alle riviste periodiche e capace di raggiungere le più svariate classi sociali. Il messaggio non commerciale viene diffuso attraverso riviste specializzate e quotidiani, strumenti di una classe colta e istruita che sa anche come interpretare il messaggio e utilizzarlo poi nella vita di tutti giorni. Ma questa stessa informazione può non essere colta e interpretata allo stesso modo da tutti. Ad alcune classi sociali, differenti per livello d’istruzione ed età non arriverà, o se anche arrivasse, non è detto che il destinatario sia in grado di trasmutare il concetto nella vita pratica.

Ovvio che la ditta produttrice di creme solari, ha tutto l’interesse a diffondere questo messaggio e a spingere le persone ad acquistare la sua super innovativa crema protettiva per difendersi dal sole e dal tumore. Ma la signora che prima era all’oscuro di questo problema, quando all’ora di pranzo mentre prepara da mangiare vedrà lo spot, in qualche modo avrà acquisito un informazione in più. Probabilmente in una forma distorta e poco veritiera dal punto di vista scientifico, ma verrà comunque iniziata al problema. E forse si, per praticità comprerà quella crema o magari un’altra, perché almeno per il momento è l’unica soluzione fornitale per risolvere la questione, ma comunque il concetto sarà passato. Ci avrà guadagnato la ditta dei solari, ma anche la signora che riceve la pubblicità.

Negli anni ’80 numerosi studi hanno dimostrato che il regolare consumo di fibre alimentari introdotte con la dieta (per esempio attraverso i cereali), riduce il rischio di tumore al colon. Alcune indagini di mercato riguardo la vendita e il consumo di marche differenti di cereali, hanno evidenziato un notevole incremento nelle vendite, nel periodo di tempo in cui le ditte produttrici di cereali hanno potuto utilizzare il messaggio salutista per la loro campagna pubblicitaria. Precedentemente, quando il legame tra il consumo di cereali e la prevenzione del tumore al colon, era stato reso noto solo tramite pubblicità senza fini di lucro, il consumo di fibre era notevolmente più basso. Anche qui si ripresentano i due lati della medaglia: la ditta che usa l’informazione scientifica a suo vantaggio, inserendola nella pubblicità per vendere i cereali; e una maggior diffusione del messaggio “l’aumento del consumo di fibre può ridurre il rischio di tumore”, che precedentemente, nella forma istituzionale non aveva funzionato e solo grazie alla pubblicità ha ottenuto una maggior consenso.

Non va dimenticato che le pubblicità a volte sono poco veritiere e il messaggio scientifico è nascosto tra le righe e deve sempre essere valutato attentamente e magari verificato. In Italia per esempio, il signor Scotti non ha avuto vita facile per la pubblicità della sua pastariso, che grazie all’aiuto dei Betaglucani dell’Orzo, aiuta a ridurre il colesterolo. Il dibattito scientifico a riguardo della veridicità di questa campagna pubblicitaria ha coinvolto anche il parere dell’autorità per la sicurezza alimentare europea (EFSA), la quale alla fine ha dichiarato che il consumo regolare di betaglucani aiuta a ridurre il livello di colesterolo nel sangue, ma solo se la dose giornaliera è di almeno 3 grammi. Quantità che può essere assimilata anche con una diete sana ed equilibrata senza dover ricorrere a cereali e pasta in quantità elevate (sarebbero necessari 100 o 200 grammi di cereali per avere l’effetto positivo dei betaglucani sul livello di colesterolo) . Il concetto che le fibre aiutano a ridurre il livello di colesterolo nel sangue è giusto e sicuramente il contributo del sig. Scotti è servito a diffondere l’informazione. Sarebbe utile però, una volta recepito il messaggio, documentarsi e acquisire le informazioni necessarie per una corretta comprensione del problema, magari attraverso delle fonti prive di interessi personali.

La pubblicità può aiutare a diffondere alcune nozioni scientifiche e può fare del bene alla scienza ma è sempre importante scindere le due identità. Usa la scienza per “farsi bella” e costruisce su di essa una garanzia per i suoi prodotti, ottenendo così un ritorno economico. La scienza di contro ci guadagna poco sul piano dell’immagine, che viene distorta e resa in una veste magica, poco veritiera. Ma dietro la maschera della pubblicità spesso si nasconde un messaggio scientifico vero, che viene trasformato dal pubblicitario, esperto nel comunicare, ma non esperto di scienza. I pubblicitari in quanto bravi comunicatori, sanno raggiungere target diversi e mirati della popolazione, e possono avere un peso non trascurabile nella diffusione della scienza. Una volta giunta a destinazione però, la pubblicità deve essere sezionata da chi la riceve. Il destinatario deve essere in grado di eliminare il filtro distorto della pubblicità e smascherare il vero messaggio scientifico.

Una buona comunicazione non deve basarsi solo sulla trasmissione dell’informazione, ma anche dare ai cittadini gli strumenti necessari per affrontare la questione. Altrimenti lasciati a se stessi non sapranno che farsene di quell’informazione. In USA per esempio è stata fatta una pesante campagna pubblicitaria contro l’eccesso di grassi e sale nell’alimentazione, causa rispettivamente di problemi cardiaci e ipertensione. Ma nonostante l’ottimo livello della campagna, le abitudini alimentari degli americani non sono cambiate perché non gli sono stati dati gli strumenti necessari per affrontare il problema

Bibliografia

Altieri Biagi, M. L., & Bandini, M. Il linguaggio della pubblicità: le fantaparole.

Dongo, D. (2011). http://www.ilfattoalimentare.it/la-questione-dei-betaglucani-che-riducono-il-colesterolo-infiamma-il-dibattito-scientifico.-un-nuovo-parere-dellefsa-promuove-le-fibre-vegetali.html. Tratto da http://www.ilfattoalimentare.it.

Greco, P. (2010, maggio 15). Somatoline Cosmetic: questa è scienza. Tratto da http://www.scienzaearte.it/.

Ippolito, P. M., & Mathios, A. D. ( 1990). The Regulation of Science-Based Claims. JournalofConsumerPolicy , 13: 413-445.

Pitrelli, N., Manzoli, F., & Montolli, B. (2006). Science in advertising: uses and consumptions in the italian press. Public Understanding of Science , 15; 207-220.

Playfair, A. (1938). Science in Advertising. British Medical Journal .

1 Cesare Marchi, Quando l’Italia ci fa arrabbiare, 1993

2 “La fiera letteraria” 28 marzo 1965

3I farmaci da banco possono essere venduti direttamente dal farmacista senza ricetta medica mentre quelli da vendere dietro presentazione di ricetta medica, non possono essere reclamizzati. Fanno eccezione USA e Australia

4 Maria Luisa Altieri Biagi “Il linguaggio della pubblicità:le fantaparole”

5 Giorgio Raimondo Cardona “La lingua della pubblicità” Ravenna 1974

6 Lamberto Pignotti “Il supernulla. Ideologia e linguaggio della pubblicità” Guaraldi, Firenze 1974

Non dire madre è un raccolta di storie, che sembrano fondersi in un’unica voce, come se a viverle fosse sempre la stessa persona. Ci si accorge solo leggendo che in realtà non si tratta di un romanzo ma di tanti racconti diversi che hanno tutti in comune qualcosa. Tra queste righe si materializzano figure femminili diverse, per età e generazione, ma ognuna delle quali si trova ad affrontare e vivere a modo suo la maternità. Ogni storia parla di una madre, e di cosa significa essere madre attraverso i suoi occhi e la sua vita.

Il libro si apre a Stigliano, un piccolo paese della provincia di Matera, dove una ragazza di appena 19 anni sta per avere il suo primo figlio. L’ospedale è freddo e vuoto, non riesce a smettere di tremare e sta male. E’ un posto che non le appartiene dove si è trovata catapultata quasi all’improvviso, senza sapere a cosa sta andando realmente incontro. L’unica cosa che riesce a pensare è che ora non ci saranno più sogni e libertà ma solo una persona che adesso ha bisogno incondizionatamente di lei e a cui dovrà dare tutta se stessa. Ora, non può più dire madre, non può più dipendere dalla madre perché adesso tocca a lei esserlo. Questo è quello che pensa mentre sta per nascere Alessio. Lei che dovrebbe essere ancora una figlia e invece si ritrova già ad essere madre. Dora Albanese vuole raccontare, attraverso questa prima storia, cosa significa essere madre così giovani ai nostri tempi, e tocca un altro tema che le è particolarmente caro: quello dell’esilio. La giovane ragazza che incontriamo in ospedale, come Dora e come tanti altri ragazzi del sud italia che sono costretti a spostarsi per studiare o lavorare, è nata a Matera ma da anni vive a Roma. Nonostante questo decide di partorire proprio a Stigliano, il paese d’origine delle sue nonne, perché anche suo figlio abbia le sue stesse origini. E’ un modo per sottolineare il forte legame che sente con la sua terra e le nonne che rappresentano quel mondo antico, che rivive attraverso i loro racconti e che sembra darle forza e coraggio per affrontare la vita di tutti i giorni. Si passa così, attraverso gli occhi della nonna, ad immaginare come fosse essere madre ai suoi tempi quando c’era la guerra e i figli morivano giovani e quando i parti si facevano in casa ed erano sempre loro, le donne, al centro di tutto, loro che davano e toglievano la vita se necessario. Tra queste due figure si colloca la madre di mezz’età, troppo giovane per essere nonna, con i figli già grandi che hanno preso le loro strade e le lasciano il tempo per fare i conti con la vita e le decisioni importanti prese in passato.

Capitolo dopo capitolo incontriamo madri o potenziali tali, che ci raccontano semplicemente le loro vite attraverso i loro occhi e le loro parole. La giovane scrittrice Lucana, racconta semplicemente e in un modo superbo, scorci di normalissime esistenze quotidiane viste attraverso gli occhi delle protagoniste. Ogni volta si cerca di capire e dare un senso a queste storie, ma in fin dei conti, sono solo storie di vita quotidiana, di tutti i giorni, che un senso non l’hanno ma vanno solo raccontate.

Così come non si può spiegare né capire l’essere madre, un mistero troppo grande e meraviglioso che si può solo raccontare.

“Questo non è un romanzo sulla guerra, nè romanzo di guerra, no questo romanzo è invece direttamente la guerra. E’ l’assunzione della guerra nell’occhio pietoso della vittima che non giudica, non condanna, ma comunica a tutti la sua visione. Uno sguardo limpido, classico, che non distorce nulla”. Questo è “Piccola guerra perfetta” con le parole usate da Roberto Saviano nella sua bellissima prefazione iniziale.

“Piccola guerra perfetta” è un libro che non ti aspetti, che sorprende. Perché il punto di vista di chi racconta è inedito, è quello di una, di tante donne, che questa guerra l’hanno vissuta sul serio e che con i loro occhi, con le loro testimonianze ce la fanno rivivere. Perché secondo la scrittrice, solo attraverso gli occhi di una donna si può capire realmente una guerra. Elvira Dones è Albanese, nata a Durazzo, ha vissuto molti anni in svizzera, tra cui quelli della guerra. Attraverso i racconti e le testimonianze di molte donne kosovare è riuscita a ricostruire quello che accadde realmente in quei giorni e a mostrarcelo perfettamente.

Siamo a Pristina, capitale del Kosovo, nel 1999, anno in cui la NATO decise infine di intervenire contro l’assurda politica di pulizia etnica voluta da Milosevic contro gli albanesi del Kosovo.

Il 24 marzo del 1999 giorno in cui ebbe inizio questa folle guerra che sarebbe dovuta durare solo 3 giorni (piccola) e che non avrebbe dovuto riportare nelle bare nessun soldato americano (perfetta), è il compleanno di Rea. Ed è anche il giorno in cui inizia la loro prigionia forzata. Rea Nita e la sorella Hana, passerano questi 3 giorni barricate in casa, aspettando che le bombe piovano dal cielo e puliscano via tutto, per poi tornare alla normalità. Ma la normalità che conoscevano prima tarda a tornare e loro cercano di ricostruirla in questo tempo, in questo mondo che si è capovolto e che fa paura. Festeggiano il compleanno di Rea, cercano di fare battute, sognano, si sforzano di vivere normalmente, mentre aspettano che cada una bomba e la fuori c’è l’inferno.

Una guerra di per se è inenarrabile con tutte le sue atrocità e la Dones non ci prova neanche, preferisce raccontare la quotidianità oggettiva attimo dopo attimo di queste donne, e cosa significa trovarsi di colpo in un mondo capovolto, dove l’orrore e la morte si intrecciano indissolubilmente con la normalità.

E’ straordinario come il lettore venga coinvolto e si senta realmente parte dei fatti che accadono. Ogni sensazione, emozione e pensiero di ciascuna delle persone che incontriamo nel libro ci vengono trasmesse come se ci fosse una telecamera che filma in diretta quello che accade.

E’ il panico quando Rea esce per comprare il pane e rischia la vita. Facendo finta di essere serba entra in una panetteria, si confonde con il nemico e attende il suo turno per comprare il pane. Non può tornare senza, Hana è malata di cuore ed è giorni che non fanno un pasto come si deve. “Una jeep militare si ferma sul marciapiede, Rea ha già individuato una via di fuga in caso di bisogno, ma è troppo tardi. Cerca di mantenere la calma come può. Un militare scende dalla jeep e a passo veloce entra nel negozio, poi smontano altri due, sigarette in mano, si mettono a fissare uno a uno tutti i presenti. –Naaah, siamo tutti dei nostri qua vero?”

Ci sentiamo disperati con Hana che non vede ancora arrivare i figli Fatmir e Blerime di 14 e 13 anni, che dovevano solo accompagnare la nonna a casa degli zii e tornare. Lei e il marito chiusi in quella casa e loro fuori, nell’inferno, senza sapere come poterli aiutare. Ci invade l’ansia quando Nita va a cercare i nipoti camminando veloce per strada senza farsi vedere. Vediamo e subiamo tutto quello che Fatmir e Blerime devono affrontare da soli per cercare di sopravvivere, per cercare la libertà.

Elvira Dones nei ringraziamenti scrive che un giorno un editore le consiglio di lasciar perdere che un libro in più su una guerra non l’avrebbe pubblicato nessuno. Per questo l’ha scritto, perché alle guerre seguono altre guerre e alla fine si dimenticano. E per noi, perché tutto questo non è lontano, perché sono fatti accaduti nel cuore dell’Europa appena un decennio fa, dopo un lungo periodo di pace. Basta un attimo per scatenare la pazzia e capovolgere la realtà. Un attimo e i nostri fratelli diventano i nemici.

Nel  2011 viene premiato con il nobel per la chimica Dan Shechtman, per i suoi studi sui quasi cristalli. La scoperta va contro la scienza già assodata e gli costa quasi la carriera, perché lui la difenderà fino alle fine costringendolo ad abbandonare il suo gruppo di ricerca. Ma a che serve sapere che ci sono dei cristalli che hanno una struttura diversa, non ordinata ma casuale?Può avere qualche utilità?Apparentemente scienza fine a se stessa e inutile, ma sembra che la disposizione particolare degli atomi consenta una migliore conduzione del calore e in futuro questi materiali potrebbero avere qualche applicazione nel campo del risparmio enegetico. Shechtman oggi, come Galileo, Boole o Faraday nel passato, praticavano un tipo di scienza apparentemente inutile con il solo scopo di capire come funziona il mondo che ci sta attorno. E’ la ricerca di base che parte dalla semplice curiosità, dall’osservazione del mondo e porta nel tempo ad applicazioni pratiche capaci di rivoluzionare il nostro modo di vivere.

Se quello che ci chiediamo è, se valga la pena investire tempo e risorse in questo tipo di ricerca, icui risultati si vedono solo dopo anni,(sempre ammettendochequalche risultato ci sia),soprattutto in un momento critico come questo, la risposta è si. Perché come diceva Faraday, anche un bambino appena nato non serve a nulla, ma aspettate che cresca e vedrete.

Forse anzi, investire in ricerca e sviluppo può essere un ottima soluzione per uscire fuori dalla crisi industriale ed economica che stiamo vivendo. Perché è questo tipo di ricerca che traina un paese e lo rilancia, e ne rafforza il governo.

Non è un caso forse, che i paesi che investono maggiormente in ricerca di base sono anche quelli che hanno un governo più solido. La scienza è conoscenza e chi ha la conoscenza ha potere. Ne sono un esempio gli stati uniti, che durante la seconda guerra mondiale e soprattutto nel dopoguerra, investono tantissimo in vari settori della ricerca, fino a diventare negli anni ’60 una superpotenza militare, economica e tecnologica. La scienza sarà la base su cui gli stati uniti fonderanno il loro potere e la loro supremazia mondiale. Ancora oggi gli USA sono primi per quanto riguarda gli investimenti in ricerca e innovazione, seguiti subito da Giappone e soprattutto Cina, che con gli altri paesi emergenti asiatici, è pronta al sorpasso. A ben vedere sono questi ultimi le nuove potenze economiche, che non sembrano affatto risentire della crisi. Nella stesse Europa, i paesi che investono meno in ricerca son anche quelli più deboli, che hanno risentito di più della crisi e rischiano il fallimento.

Non è da sottovalutare che tutto questo ha un costo, in termini di rischio. Ogni innovazione si porta dietro dei rischi, che l’uomo non sempre riesce a prevedere e controllare. Il progresso, la scienza sono frutto della nostra mente, che essendo imperfetta non può che portare a prodotti imperfetti che avranno sempre dei difetti. Lo stesso Einstein diceva che “I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati”. La tecnologia, ogni nuova scoperta ha in sé dei lati negativi e non sempre il progresso migliora la vita dell’uomo. Sta sempre a lui valutarne rischi e benefici e trarne delle conclusioni. Anche se a volte, sempre più frequentemente ormai, se vi sono di mezzo interessi politici ed economici questa valutazione può risultare un po’ forzata. Di certo quella di oggi, non è più la scienza pura e disinteressata di Newton e Galileo. Si intrecciano sempre più interessi politici, economici etici e religiosi ma in qualsiasi forma, della scienza abbiamo bisogno. Senza scienza il mondo che conosciamo ora non ci sarebbe e la nostra vita sarebbe molto diversa. Ogni epoca è diversa proprio grazie a questo, al progresso, che porta con sé cambiamenti, miglioramenti e rischi. E’ un continuo divenire che non possiamo fermare, ma sicuramente regolamentare.

Le malattie tropicali neglette (MTN) sono tutte le malattie infettive e parassitarie   prevalenti nelle aree tropicali (ad esclusione di HIV/AIDS, malaria e tubercolosi) che non ricevono interventi e finanziamenti adeguati. Le persone colpite sono circa un miliardo, soprattutto contadini che vivono di agricoltura e  non riescono a produrre abbastanza per sé e per la propria famiglia e le MTN non fanno che peggiorare questa condizione, con pesanti conseguenze economiche sociali e politiche. Fondamentale è l’intervento di governi (come quello americano che opera in base ad un programma di strategia del potere intelligente – Smart Power) e alcune multinazionale farmaceutiche che hanno un ruolo importante nel controllo delle MTN con donazioni di farmaci.

“Per la prima volta siamo in vantaggio rispetto  queste vecchie malattie, alleate della  povertà. Per la prima volta più di un  miliardo di persone lasciate indietro dal progresso socio-economico, hanno la possibilità di recuperare il ritardo. Io credo che questa sia la nostra ambizione comune”.Margaret Chan direttore generale Organizzazione Mondiale della Sanità (1)

Cosa sono?
Le malattie tropicali neglette (MTN) secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sono 17 e si possono dividere in due grandi sottocategorie, in base alla classificazione di Anderson e May del 1991(2). Dengue, rabbia, tracoma, ulcera di Buruli (infezione da Mycobacterium ulcerans), treponematosi endemica (infezioni da Treponema pallidum pertenue, T.p. carateum e T.p. endemicum), lebbra, morbo di Chagas (tripanosomiasi americana), malattia del sonno (tripanosomiasi africana umana) e leishmaniosi fanno parte delle infezioni causate da microparassiti (ovvero virus, batteri, protozoi, funghi); mentre la cisticercosi, dracunculiasi (verme di Guinea), echinococcosi, filariasi linfatica, parassitosi da trematodi trasmessi dagli alimenti (Clonorchis, Opisthorchis, Fasciola, Paragonimus), oncocercosi, schistosomiasi (Bilharziasi) e geoelmintiasi (Ancylostoma duodenale, Necator americanus, Ascaris lumbricoides e trichuris trichiura) vengono trasmesse attraverso i macroparassiti (elminti, protozoi). Molte infezioni possono portare a gravi conseguenze come cecità, ulcere e cicatrici sfiguranti, dolore intenso, deformità degli arti, disturbi dello sviluppo mentale e fisico e danni agli organi interni (1).

Chi riguardano? Che conseguenze comportano?
Le MTN sono diffuse in 149 paesi e territori, nell’Africa sub-sahariana in Asia e in America latina (Figura 1) e colpiscono circa un miliardo di persone. Almeno 100 paesi sono endemici per due o più malattie e in 30 ne coesistono anche  6 contemporaneamente. Le  zone interessate sono per lo più rurali e le persone che vi abitano vivono di sussistenza, grazie ai prodotti dei loro campi, in pessime condizioni igieniche e sanitarie. Alla base di un ipotetica piramide sociale che rappresenta la popolazione mondiale, dove più si va in basso più si è poveri, si trovano proprio le persone colpite dalle malattie tropicali. Le MTN peggiorano la già grave condizione economica di questi paesi, causando molti danni alla produttività, sia in modo diretto provocando danni fisici ai lavoratori, che indirettamente costringendoli ad abbandonare la terra anche se fertile, quando il tasso di malattie endemiche è troppo elevato. Molte MTN possono essere curate con farmaci che costano fra 0.02 e 1,5 dollari ma la maggior parte delle persone che ne è colpita non ha nemmeno questi soldi. Né li hanno gli stati  in cui vivono con economie a bassissimo reddito. Si crea così un circolo vizioso di povertà, malattia e analfabetismo.



La maggior parte dei fondi destinati ai paesi del terzo mondo sono indirizzati a interventi mirati per le cosi dette “Big Three”-Malaria, tubercolosi, AIDS/HIV- che lasciano poco spazio alle malattie tropicali, per questo motivo neglette.
Fra le MTN sette sono particolarmente importanti, per la prevalenza molto vasta e la gravità delle conseguenze che comportano. Sono la geoelmintiasi (ascariasi, anchilostoma e trichuriasi), la filariasi linfatica, la schistosomiasi, il tracoma e l’oncocercosi (le ultime due causano cecità). Le infezioni possono durare a lungo e portare non solo a morte prematura ma anche invalidità permanenti e cicatrici sfiguranti con profonde ripercussioni economiche politiche e sociali. La geoelmintiasi e la schistosomiasi compromettono la crescita, lo sviluppo e l’idoneità fisica dei più giovani. La anchilostomatide e la schistosomiasi riducono la sopravvivenza nei bambini a causa di una severa forma di anemia durante la gravidanza, che determina una riduzione del peso del feto e può provocare anche la morte per il bambino e la mamma. Le infezioni pediatriche sono inoltre associate a una riduzione dell’educazione scolastica e causano deficit nell’’apprendimento. I bambini che contraggono tali infezioni mostrano a lungo andare problemi di memoria e una compromissione a livello cognitivo. Basterebbero solo 3.5 dollari per bambino per anno, per gestire il problema delle MTN ed evitare di  fargli perdere un intero anno scolastico. I lavoratori con  filariasi linfatica e linfedema cronico irreversibile agli arti inferiori, sono costretti a ridurre il lavoro nei campi e a volte anche a smettere del tutto di lavorare. La cecità causata da tracoma e oncocercosi e l’anemia dovuta a geoelmintiasi che può comparire anche negli adulti, hanno anch’esse profondi effetti sulla produttività(3).
Ogni anno le MTN causano 534.000 morti, meno delle vittime causate da AIDS e malaria ma  rappresentano comunque un carico enorme per la società. Gli anni di vita persi per morte prematura e invalidità a causa di queste patologie sono 57, molti di più rispetto a quelli persi per malaria e tubercolosi e al pari di molte patologie che affliggono i paesi più sviluppati, come infarto, depressione e ictus. Di questi 57 anni inoltre il 90%  del contributo è dato dalle sette malattie più gravi.
Oltre ai danni fisici calcolati in anni di vita persi, c’è anche un aspetto economico da non trascurare. Ogni anno vengono persi miliardi di dollari, a causa delle conseguenze riportate dalle infezioni tropicali sui lavoratori. Senza considerare che molto spesso è difficile attribuire un valore economico al lavoro svolto dalle persone che vivono nelle zone endemiche. Le donne  hanno un ruolo fondamentale all’interno delle comunità, ma la loro attività non è remunerata e nemmeno quantificabile. Stesso ragionamento vale per i bambini, che sono una grossa risorsa economica per le famiglie.
Da qualche tempo per fortuna queste malattie dimenticate sono riuscite ad attrarre l’attenzione internazionale per tre motivi principali: innanzitutto non fanno che peggiorare le condizioni in cui vive questa povera gente, facendoli sprofondare sempre più nel baratro della povertà e alimentando il circolo vizioso in cui si trovano; in secondo luogo un approccio a basto costo ma efficace può portare all’eliminazione di molte malattie e creare un accesso universale ai farmaci essenziali; infine il controllo delle MTN può avere una simultanea e durevole riduzione della povertà e favorire lo sviluppo socioeconomico. Il miliardo di persone che si trova sul fondo della piramide può essere salvato, attraverso un aiuto esterno che miri a salvaguardare la salute, (soprattutto materna e infantile), l’agricoltura, l’educazione e  le infrastrutture. (4)

Cosa si sta facendo?
Il termine “malattie tropicali neglette” nasce durante un meeting svoltosi a Berlino nel 2005, in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) decide che l’etichetta di “altre malattie trasmissibili” non è più adeguata e troppo generica. Il bisogno di cambiare e focalizzare il problema in maniera più nitida già a partire dal nome, si manifesta in realtà due anni prima sempre a Berlino, durante una altro congresso. L’OMS in questa occasione incontra esperti provenienti da diversi settori, economico, salute pubblica, diritti umani, organizzazioni non governative, industrie farmaceutiche, ricerca, e di comune accordo decidono di cambiare la strategia fin’ora utilizzata nell’affrontare le infezioni tropicali. Non è più un approccio incentrato sulla malattia, ora l’attenzione viene posta sulle condizioni sanitarie e socioeconomiche. La nuova strategia si basa su un utilizzo più efficiente delle risorse, mirata ad alleviare la povertà in primo luogo e le malattie che essa comporta per milioni di persone che vivono nelle aree urbane e rurali.
Il termine neglette non significa però che l’OMS in tutti questi anni le abbia trascurate, anzi. E’ dal 1952 che l’eliminazione delle malattie tropicali fa parte degli obiettivi mondiali. Forse quello che si è sbagliato in passato è stato l’aver cercato di imporre delle strategie efficaci secondo il punto di vista dei paesi più sviluppati ma estranee alla cultura locale e destinata perciò a fallire.
Nel 2007 l’OMS ha creato un gruppo strategico e tecnico di consultazione per le malattie tropicali neglette,  per supportare gli sforzi intrapresi nell’intento di combatterle. Il suo scopo principale è permettere che vengano raggiunti gli obiettivi indicati nel piano globale per combattere le MTN 2008-2015. (5) “The Global plan to combat neglected tropical diseases 2008–2015” è nato dal lavoro comune dell’OMS, rappresentanti delle regioni ed esperti esterni e il suo scopo è prevenire, controllare ed eliminare le MTN.
Gli obiettivi da raggiungere entro il 2015, secondo quanto dichiarato nel piano globale sono:
Eliminare alcune delle malattie tropicali neglette , in base alla decisione intrapresa  dall’OMS e i comitati regionali
Ridurre in modo significativo il carico delle malattie tropicali per le quali esistono già dei trattamenti
Garantire che nuovi approcci terapeutici siano sviluppati, promossi e accessibili, per le malattie che hanno pochi trattamenti o terapie di controllo

L’OMS attualmente raccomanda cinque strategie per la prevenzione e il controllo delle MTN:
1. Trattamento farmacologico preventivo per le popolazioni a rischio
2. Individuazione e trattamento intensivo (farmacologico e/o chirurgico) dei casi
3. Controllo dei vettori
4. Miglioramenti dei servizi sanitari e igienici
5. Interventi di salute pubblica veterinaria

Il trattamento farmacologico preventivo è la strategia di riferimento per le popolazioni ad alto rischio d’infezione, in particolare per quanto riguarda la filariasi linfatica, l’oncocercosi, la schistosomiasi e le geoelmintiasi. I farmaci di riferimento sono albendazolo, dietilcarbamazina, ivermectina, levamisole, mebendazolo, praziquantel. L’azitromicina è invece utilizzata per la prevenzione del tracoma.
Possono  essere distribuiti da personale non specializzato, come insegnanti o volontari, in modo da  facilitare l’estensione del trattamento  anche a quelle persone che non sono  raggiunte dal servizio sanitario nazionale. Spesso le popolazioni a rischio non sanno di esserlo ed è importante tenere conto anche di questo aspetto quando si svolgono degli interventi preventivi.


La notevole differenza fra la copertura farmacologica delle diverse infezioni che si vede  nel grafico soprastante, è dovuta sostanzialmente alla disponibilità di farmaci. Le medicine usate per la prevenzione dell’oncocercosi e la filariasi sono in gran parte donate da privati e vi è una maggiore disponibilità.

Il trattamento intensivo del caso riguarda tutti coloro che sono già affetti da infezione o molto a rischio. E’ importante in queste situazioni, eseguire il test diagnostico il prima possibile, iniziare subito la cura per ridurre l’infezione e la morbilità1 e gestire le complicanze. Il trattamento intensivo è particolarmente utile quando non ci sono farmaci preventivi disponibili, come nel caso dell’ulcera di Buruli, Chagas, tripanosmiasi, leishmaniosi, lebbra e  framboesia. I farmaci usati per gestire queste infezioni sono comunque molto tossici, per cui è necessario eseguire prima un test diagnostico che dia un conferma dell’avvenuto contagio. Molto spesso poi le infezioni si presentano in maniera asintomatica ed è difficile riconoscerle. La maggior parte delle medicine necessarie per la cura nel trattamento intensivo, sono donate dall’OMS e distribuite gratuitamente per cercare di estendere la copertura farmacologica in vaste zone endemiche. C’è  ancora molto da fare per migliorare gli strumenti diagnostici e sviluppare farmaci  nuovi e più sicuri.
Il controllo del vettore è un altro fattore importantissimo e non trascurabile per la trasmissione delle malattie infettive, con  un peso del 16% nella loro diffusione.  Fra gli  obiettivi del “Globan plan to combat negleted tropical desease 2008-2015”(5) rientra anche quello di costruire nuove strategie biotecnologiche, mirate all’eliminazione dei vettori che sono i responsabili della trasmissione di molte infezioni.
Altro fattore da non sottovalutare sono le scarse condizioni igieniche e sanitarie in cui vivono  gli abitanti nelle zone endemiche. Nove delle malattie tropicali sono causate da mancanza di acqua potabile e scarso igiene.
La gran parte delle persone colpite dalle MTN vive in zone rurali grazie al lavoro della terra e del bestiame. E’ possibile in questi casi andare incontro a malattie chiamate zoonosi, infezioni che nascono negli animali, domestici o selvatici, e che poi in qualche modo sono trasmesse all’uomo. L’intervento di personale esperto  è fondamentale per la gestione dei problemi di salute pubblica veterinaria.(1)

Lo sviluppo di nuove strategie contro le MTN e la richiesta di una quantità sempre maggiore di farmaci per garantire l’estensione della copertura farmacologica a tutte le zone altamente endemiche, richiede elevate risorse finanziarie. Tanto è stato fatto in questi anni grazie alla disponibilità di privati, industrie e della stessa OMS che hanno donato fondi e farmaci essenziali per la prevenzione e cura delle infezioni tropicali.
IL Network Globale per le Malattie Tropicali Neglette nel quale collaborano governi, fondazioni , privati e l’OMS, ha lo scopo proprio di integrare e migliorare i diversi interventi mirati ad eliminare le MTN.
La Cina e l’Egitto sono stati i primi a utilizzare ingenti quantità di farmaci per il controllo delle MTN. Ai loro successi si deve in seguito la formazione di un alleanza internazionale per il controllo delle infezioni tropicali. Un passo importante si fece già alla fine degli anni ‘80 quando la Merck creò la prima associazione per il controllo delle MTN, il cui scopo principale fu quello di donare l’ivermectina, un farmaco utilizzato per il trattamento dell’oncocercosi. Di seguito sono stati tanti altri i farmaci donati per questa malattie e molte altre ancora. La Pfizer ha contribuito al programma per l’eliminazione del tracoma con importanti donazioni di azitromicina. Mentre la Glaxo-SmithKline sta lavorando con l’OMS, Merck e l’alleanza globale per l’eliminazione della filariasi linfatica, aggiungendo donazioni di albendazolo, alle già consistenti quantità di dietilcarbamazina e ivermectina resi disponibili per questa infezione. Questi sforzi hanno portato alla quasi totale eliminazione della filariasi linfatica in Egitto, Samoa e Zanzibar e del tracoma in Marocco. Per quanto riguarda i bambini è stata significativamente ridotta la prevalenza di schistosomiasi intestinale e urinaria in sei regioni dell’ Africa grazie alle donazioni di farmaci generici del praziquantel, rese disponibili da Medpharm e altre organizzazioni, l’iniziativa di controllo della schistosomiasi e i ministri della sanità africani. Inoltre la vasta diffusione di albendazolo e mebendazolo sta dando un importante contributo per migliorare la performance dei bambini a scuola e nel trattamento delle infezioni da geoelmintiasi.(4)

Per la prevenzione delle MTN è stato ideato un “pacchetto a rapido impatto”, contenente sei farmaci (albendazolo o mebendazolo, praziquantel, ivermectina o dietilcarbamazina e azitromicina) fondamentali per la cura. La somministrazione combinata di quattro di questi farmaci, se avviene in tempi brevi,  porta ad una rapida riduzione delle invalidità, miglioramento della salute e in alcuni casi interruzione della trasmissione della malattia.
Grazie al programma di coordinazione e controllo delle MTN e le infrastrutture di salute pubblica da loro creato, quattro di questi sei farmaci a rapido impatto sono donati, con un risparmio che va dal 26 al 47%. I restanti farmaci hanno un costo di 0.4- 0.79 $ a persona per anno nell’Africa sub-sahariana. Quindi un intera popolazione a rischio di circa 500 milioni di persone, può essere trattata con 400 milioni di dollari o meno annualmente.
Non va sottovalutato che molto spesso le infezioni tropicali coesistono con malaria e HIV-AIDS portando a effetti sinergici. Molte operazioni possono sfruttare la sovrapposizione geografica di queste malattie. Infatti la distribuzione di farmaci per le MTN attraverso i volontari locali ha portato anche ad un aumento della distribuzione dei farmaci antimalarici. (4)
Non sempre però sono disponibili farmaci per un trattamento preventivo. Per Chagas, tripanosomiasi africana e  leishmaniosi viscerale la strategia si basa sul controllo del vettore, sorveglianza, diagnosi precoce e trattamento se necessario. Il controllo del vettore ha drasticamente ridotto la trasmissione del morbo di Chagas in cinque aree africane, come per le tripanosmiasi africana. Sono stati messi a punto anche nuovi e più efficaci strumenti di controllo ma l’ideale sarebbe sviluppare nuove terapie farmacologiche. Purtroppo essendo un mercato povero che non paga, le industrie farmaceutiche hanno pochi incentivi per investire nella ricerca di nuove e miglior terapie. Soprattutto negli ultimi trenta anni c’è stato un graduale disinteresse per lo sviluppo di nuovi farmaci contro le infezioni tropicali. In risposta a questa crisi alcuni partner hanno deciso di indirizzare nuove ricerche in questo settore e come risultato sono stati creati nuovi farmaci antiprotozoari per il Chagas, la leishmaniosi e la tripanosmiasi Africana, ora in fase di sviluppo.
Sono i vaccini però la vera nuova prospettiva per il controllo e l’eliminazione delle infezioni tropicali. Alcuni si trovano già in sperimentazioni cliniche di  fase 1 e 2 e in linea di principio, è possibile sviluppare nuovi vaccini contro tutte le MTN. Sono soprattutto i paesi a medio reddito, come Brasile, Cina e India ad avere le capacità tecniche e industriali per produrre nuovi farmaci, vaccini e test diagnostici.(4)
Nonostante molto farmaci vengano donati, gli interventi sono complessi e richiedono un contributo da parte dei paesi endemici, che a volte non sono in grado di sostenere. Così che molto spesso la disponibilità di medicine è maggiore rispetto alle quantità che si riesce a distribuire realmente e il trattamento farmacologico non riesce a raggiungere tutte le persone che ne hanno bisogno. (8)

Il ruolo svolto dalle multinazionali farmaceutiche nel controllo delle MTN, tramite donazioni di farmaci  è senza dubbio estremamente importante, ma allo stesso tempo dibattuto. Viene spontaneo chiedersi come mai aziende che molto spesso hanno avuto dei comportamenti non troppo etici, si preoccupino dei poveri del terzo mondo. E come mai i governi dei paesi donatori preferiscano concedere agevolazioni fiscali alle case farmaceutiche che le convertono poi in generose donazioni, invece di destinare i fondi direttamente ai paesi endemici. C’è però da considerare che i farmaci per la cura delle MTN sono inaccessibili agli abitanti delle zone endemiche ed è questo l’unico modo per permettergli di curarsi. Inoltre non è detto che le agevolazioni fiscali concesse alle aziende potrebbero trasformarsi realmente in donazioni per il controllo delle infezioni tropicali.(7)

(7).
Oltre al rilevante contributo delle industrie farmaceutiche, non vanno trascurate le consistenti donazioni provenienti dai governi (soprattutto di Gran Bretagna e Stati Uniti) e da fondazioni private come la Bill&Melinda Gates. Per quanto riguarda il governo Americano, gli elevati investimenti destinati  alla salvaguardia  della salute pubblica, sono una componente della strategia di sicurezza nazionale, detta  Smart Power. (6) Investire in salute pubblica, soprattutto materna e infantile ma anche per le MTN e HIV/AIDS, malaria e tubercolosi e incentivare in questo modo lo sviluppo dei paesi più poveri, ha lo scopo di  ridurre il rischio di conflitti ancora prima che nascano. Nel maggio del 2009 la Casa Bianca ha donato 8.6 miliardi di dollari e 63 miliardi per i prossimi 6 anni per dar vita a una nuova strategia di salute globale, che comprende fra le altre cose, anche l’eliminazione di alcune MTN.

Considerazioni  finali
Le donazioni di istituzioni e privati sono solo una piccola parte del costo totale richiesto per questo progetto. E’ stato calcolato che un programma di 5 anni per tenere sotto controllo o sradicare le maggior infezioni tropicali nell’africa sub-sahariana costa approssimativamente 1 o 2 miliardi di dollari. Si tratta in realtà di un prezzo neanche troppo elevato per  un intervento di salute pubblica molto importante, che rappresenta un investimento nel capitale umano e una riduzione della povertà globale. Nonostante i grandi passi avanti fatti in questi anni la strada è ancora molto lunga e ancora non è chiaro se esistono i fondi sufficienti per portare a compimento l’ambizioso obiettivo dell’OMS di eliminare totalmente le MTN.
Molti progressi sono stati fatti fin’ora, ottenendo risultati incoraggianti mai raggiunti prima:
L’oncocercosi sta scomparendo nella zona ovest dell’Africa e si sta combattendo anche nel resto del continente
La prevalenza mondiale della leprosi sta costantemente diminuendo
La schistosomiasi è stata sconfitta in Cina
La dracunculosi (o malattia del verme di Guinea), sarà la prima malattia sradicata non grazie a un vaccino ma attraverso l’educazione sanitaria e la modificazione
dei comportamenti
I numero di casi noti di forme croniche di tripanosomiasi africano sono scesi del 62% dal 1999 al 2008 e il numero di casi riportati di forme acute sono calati del 58%, dovuti largamente al trattamento intensivo e alla migliore gestione della malattia
Sono state sviluppate nuove strategie di salute pubblica per la gestione delle MTN nei territori endemici, e altre sono state migliorate
Sono stati rafforzati i processi per facilitare la valutazione della qualità dei farmacie e  gli appalti di gestione
E’ stato fondato un gruppo di consultazione tecnico e strategico per le MTN, con riferimento all’OMS, che si è già messo a lavoro
Milioni di persone ricevono oggi trattamenti gratis con farmaci di standard elevati.
Nel solo 2008, 670 milioni di persone hanno beneficiato di trattamenti di terapia
farmacologica preventiva
Molti operatori sanitari nei paesi endemici sono stati addestrati in
aspetti del controllo di MTN, rafforzando i sistemi sanitari nazionali(1).

Grazie ai passi fatti fin’ora, oggi è possibile pensare che le MTN possano essere abbattute. La prospettiva futura di riuscire a controllare queste antiche malattie offre anche la possibilità di intervenire a favore di quella parte della popolazione che ancora vive in condizioni disumane. Alcuni farmaci ora sono disponibili gratuitamente e sono state messe a punto nuove strategie per la loro distribuzione. Esiste già un servizio sanitario interno che deve essere assolutamente rafforzato per far si che la copertura farmacologica raggiunga tutte le zone endemiche. E’ inoltre necessario un impegno sempre maggiore da parte dei partner che collaborano al “Globan plan to combat negleted tropical desease 2008-2015”, in termini di supporto tecnico e finanziario e un maggior accesso a farmaci di alta qualità ed efficaci. Solo rispondendo a questi bisogni la malattie tropicali neglette possono essere affrontate e alcune eliminate entro il 2015. (9)

Bibliografia

1 -http://www.who.int/neglected_diseases/2010report/en/
First WHO report on neglected tropical diseases

2 – Infectious diseases of humans: dynamics and control. Anderson RM, May RM. Oxford,
Oxford University Press, 1991.

3-Rescuing the bottom billion through control of neglected tropical diseases
Peter J Hotez, Alan Fenwick, Lorenzo Savioli, David H Molyneux

4-Control of Neglected Tropical Diseases
Peter J. Hotez, M.D., Ph.D., David H. Molyneux, Ph.D., D.Sc., Alan Fenwick, Ph.D., Jacob Kumaresan, M.B., B.S., Dr.P.H., Sonia Ehrlich Sachs, M.D., Jeffrey D. Sachs, Ph.D., and Lorenzo Savioli, M.D.

5- Global plan to combat neglected tropical diseases 2008–2015. Geneva, World Health Organization, 2007 (WHO/CDS/NTD/2007.3)

6-Statement by the President on Global Health Initiative _ The White House

7-“Big Pharma ha tante facce” Valerio Reggi, Dipartimento per il Controllo delle Malattie Neglette Tropicali,OMS, Ricerca&Pratica (R&P) 2011; 27: 177-179

8- “Liste di farmaci, accesso alle cure e malattie neglette” Benedetta Schiavetti, Valerio Reggi, Ricerca&Pratica, R&P 2011; 27:222-248

9- http://www.who.int/neglected_diseases/WHO_HTM_NTD_2008.1_OK.pdf

Fare le analisi del sangue non è mai stato così facile. Dimenticate aghi, prelievi e file interminabili in ospedale. In un futuro non troppo lontano basterà indossare un semplice orologio da polso o magari un braccialetto, per tenere sotto controllo parametri importanti per la salute. Un gruppo di ricercatori della North Carolina State University, Sandia National Laboratories e the University of California, San Diego, lo scorso 22 novembre ha reso noto di aver messo a punto un nuovo dispositivo medico, capace di monitorare in tempo reale la composizione chimica del sangue e le sue variazioni (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0039914011010289).

Si tratta di un biosensore multiplo, costituito da una serie di pozzetti disposti in fila (array) e all’interno dei quali si trovano dei microaghi, di dimensioni inferiori al millimetro. Ogni microago è fornito di un sensore elettrochimico a diretto contatto con il sangue, capace di rilevare il pH o la concentrazione di un analita fisiologicamente rilevante. L’idea è di incorporare il biosensore dentro supporti indossabili, come ad esempio un orologio.

La tecnologia dei biosensori multipli sta portando verso una nuova generazione di strumenti diagnostici, pratici e utili. Il dispositivo potrebbe rivelarsi molto efficace per chi affetto da diabete, consentendo un monitoraggio della glicemia, continuo e prolungato nel tempo, e soprattutto indolore (http://news.ncsu.edu/releases/wmsnarayanmnsensors/).

Per evitare che il materiale del biosensore sia attaccato dalle cellule dell’organismo e vada incontro a citotossicità, è stato inoltre ideato un nuovo materiale di rivestimento (Lipidure). Il Lipidure testato per la prima volta in questo studio, riveste il biosensore e lo protegge dall’attacco dei macrofagi.