Come la pubblicità usa la scienza
“La pubblicità è vecchia come il mondo. Infatti, come tutti sanno, cominciò il serpente a decantare a Eva le virtù della sua frutta.”1
Probabilmente oggi il serpente direbbe ad Eva che la mela contiene le vitamine A, C ed E necessarie per il benessere e la salute del corpo e gli anti-radicali liberi capaci di ridare giovinezza ai tessuti. E un medico in sottofondo direbbe che anni e anni di ricerca e test scientifici hanno dimostrato che la mela è indicata per la gastroenterite, la diarrea, i calcoli biliari, aiuta la memoria e soprattutto contiene il piruvato, che fa dimagrire. Inoltre è bio-degradabile. E se lo dice lui che ha il camice bianco come fare a non crederci?
Oggi più che mai la pubblicità è pervasa di termini presi in prestito dalla scienza e dalla tecnica, dal significato a volte oscuro e complicato ma che hanno la straordinaria capacità di persuadere chi ascolta e convincerlo a comprare il prodotto reclamizzato. Già nel 1965 Cesare Segre2 sosteneva che “la pubblicità poteva sviluppare nuove superstizioni scientiste, cioè farsi veicolo di uno scientismo d’accatto”. I pubblicitari di allora come oggi avevano la tendenza a evidenziare la scientificità del prodotto, ricorrendo a tecnicismi nel registro verbale e “scienziati-maghi o scienziati-stregoni” nel registro visivo. Risale ancora a prima, al 1938, un lettera comparsa sul British Medical Journal (BMJ), intitolata “Science in Advertising” (la scienza nella pubblicità), in cui uno medico accusa la pubblicità di servirsi della loro professione per reclamizzare alcuni prodotti, che nulla hanno a che fare con la scienza . Biscotti, saponette, prodotti per la bellezza o per la colazione si trovano nel negozio sotto casa e non serve certo la prescrizione del medico per comprarli. Eppure su quotidiani e settimanali sono pubblicizzati con chiari riferimenti medici, diagrammi e dichiarazioni scientifiche. Il medico è una figura che rassicura, di cui il cittadino si fida a prescindere, perciò un prodotto consigliato da lui è sicuramente ottimo, anche se si tratta del semplice sapone per i piatti. Questo i pubblicitari lo sanno bene e lo sfruttano nelle loro réclame. “Forse il più grazioso è il medico che consiglia alla casalinga di usare un certo tipo di sapone per pulire la cucina. L’unico capace di rimuovere dalle superfici i grassi di cui si nutrono i germi, causa di molte malattie” Ovvio che se il dottore dice che quel prodotto è fenomenale per eliminare i germi e tutta una serie di malattie collegate, la signora che vede la réclame penserà che se vuole assicurarsi una buona salute e una vita tranquilla, è necessario comprarlo. Siamo sempre nel 1938 e in un cartellone pubblicitario, sotto la scritta “Il paradiso!Un miraggio!Sarà il nervosismo o la mancanza di sonno?” con relativa immagine, viene evidenziato che un eminente dottore ha scoperto una bevanda in grado di riequilibrare i sali minerali dell’organismo. “La loro mancanza può portare a diciotto malattie diverse, tra cui anche eczema e disfunzioni cardiache”. Nell’articolo apparso sul BMJ viene definita “pubblicità della paura” e oggi, nel 2012, non è certo passata di moda, anzi. Insieme al messaggio, al destinatario è trasmesso un senso di ansia. Chi fino a poco prima di vedere la reclame stava bene, subito dopo inizierà a pensare che forse potrebbe avere bisogno di quel prodotto. Prodotto in realtà assolutamente inutile, perché i sali minerali per esempio si introduco anche con una dieta sana ed equilibrata, ma che da quel momento in poi diventa fondamentale per la salute. Ogni giorno siamo bombardati da spot pubblicitari di farmaci da banco3 e integratori alimentari che sembrano essere necessari per la salute. I pubblicitari inventano di continuo nuove malattie inesistenti e su misura per i prodotti che devono reclamizzare e il potenziale acquirente le accetta, perché dietro c’è la figura del medico o del farmacista, di cui si fida.
Da sempre il mondo della scienza affascina il grande pubblico. Da qui il voler inserire a tutti i costi e ovunque riferimenti a questo mondo magico e sacro, capace di tanta forza persuasiva. Per fare un ulteriore passo indietro, basti guardare questa pubblicità del 1915 di L’Oreal, famosa marca francese di prodotti per i capelli. Quella che viene reclamizzata è una tinta per capelli all’hennè, la prima commercializzata:“Dalla scienza francese”. A effetto anche il distillatore e la vetreria che compaiono sul fondo del cartellone pubblicitario. Non c’è dubbio che Eugène Schueller, (fondatore di L’Oreal), abbia inventato il nuovo prodotto in laboratorio, usando provette e boccette come si vede nel disegno, e che sempre di scienza si tratti, è chimica.
Certo che le signore parigine dell’epoca, nel vedere che si trattava di scienza pura e certificata si saranno sentite più sicure di provare un nuovo prodotto assolutamente ignoto di cui non conoscevano neanche gli effetti.
Anche oggi, sempre parlando di cosmesi, il meccanismo si ripete. Citando il giornalista Pietro Greco in un suo recente articolo: «È scienza. Somatoline Cosmetic nasce da anni di esperienza e di ricerca, test clinico-strumentali condotti da Istituti Indipendenti ed elevati standard di efficacia e sicurezza da rispettare» (Greco, 2010). Come fare a scegliere fra tutti i tipi diversi di creme anti-cellulite, che oggi il mercato propone? Sicuramente avrà un maggior impatto emotivo il prodotto che ha superato i test, è stato provato con esperimenti scientifici e funziona. Quale maggior certezza di un test scientifico? E’ ovvio che di fronte a un problema simile, il potenziale cliente si affida alla crema supportata da tutta una serie di prove che ne garantiscono l’efficacia. Insomma se deve spendere dei soldi, li investirà in qualcosa che è certo che funzioni.
Sarebbe illusorio quindi pensare che la pubblicità in quanto forma di comunicazione, trasmetta un messaggio referenziale, atto cioè a informare i potenziali acquirenti delle caratteristiche che contraddistinguono il nuovo prodotto. In realtà più che fornire gli strumenti per capire se il prodotto reclamizzato è migliore o necessario, la pubblicità persuade il compratore e lo fa usando termini tecnici e scientifici dal suono misterioso e sconosciuto. “Il messaggio è un esca e perché sia allettante è arricchito di termini prestigiosi, della scienza e della tecnica”4. Il rispetto e la reverenza che abbiamo nei confronti di medici, scienziati e coloro che si professano esperti, fa si che un qualsiasi richiamo a quella dimensione, ora verbale ora visiva, faccia automaticamente da garante del prodotto. Caricare il discorso di tecnicismi fa credere che il messaggio sia referenziale ed è accettato con fiducia, anche se in realtà di informazioni ne da ben poche. Anzi molte della parole usate hanno un significato assolutamente sconosciuto per chi ascolta, ma proprio questo da l’idea che sia una scoperta scientifica sensazionale e al passo col progresso. “Per esempio confidiamo che lo shampoo che contiene la tricosaccaride della casa che ha scoperto la linea tricogena, ci faccia ricrescere i capelli. Così per il sapone che ha il duosteral, il dentifricio con esaclofene e le creme ad azione duodermale”. Se poi nel discorso fa riferimento a formule finali tipo “seguire attentamente le avvertenze e le modalità d’uso” o facendo presente che il prodotto si vende solo in farmacia, il gioco è fatto. Stesso discorso a livello visivo. Se chi presenta il prodotto ha un camice bianco, gli occhiali e un aria da dottore, nulla potrà mettere in dubbio la sua buona fede. Di chi ci si deve fidare se non del medico? Spesso inoltre i prodotti sono sottoposti a test “scientifici” e il superamento della prova sarà anch’esso una garanzia dell’ ottima qualità. E’ il caso della prova vino scottex, prova bacio del dentifricio super-colgate, o la prova top del deodorante dove. Un altro trucco a cui ricorrono i pubblicitari è l’utilizzo dei fanta-tecnicismi5. Parole prive di significato, inventate o già esistenti che vengono arricchite di un valore in più, scientifico o tecnico. Per esempio “neopulito, neoforte, biodelicato, nuovo dermo-protettivo, sicurezza di pulito oltre il bianco, rasoio ad angolazione calcolata, tappo plusvalore” tutti termini o frasi che non significano nulla ma che hanno un suono tecnico-scientifico e fanno credere che anche il prodotto a cui ci si riferisce lo sia. Altre volte è la marca stessa a fare da garante per il prodotto, senza bisogno di ricorrere a un parere esterno come il medico o lo specialista. Se siamo di fronte a una prestigiosa casa conosciuta in tutto il mondo, automaticamente collegata alla scienza o alla tecnologia più avanzata, non c’è bisogno di aggiungere altro né spiegazioni né informazioni. “IBM, Mayer, Saffe,(CONTROLLARE!!!!NOMI) sono veri e propri comunicati scientifici”6
Ma non va trascurato l’altro alto della medaglia. Se da una parte l’uso massiccio di termini scientifici e tecnici nella pubblicità trasmette un immagine stereotipata e riduttiva della scienza che non le giova, dall’altra la pubblicità in un certo senso rende un servigio alla scienza.
Come la scienza usa la pubblicità
Poco s’è detto a questo proposito, e cioè di come la scienza usi la pubblicità in quanto forma di comunicazione. La sua ampia diffusione e la capacità di raggiungere le classi sociali più eterogenee le conferisce un elevato potere comunicativo. Benché parte del contenuto scientifico si perda perché i messaggi sono distorti dai pubblicitari che li modellano e li riadattano a seconda dei proprio interessi, non si può negare che la pubblicità sia un veicolo di scienza. Le immagini e le metafore scientifiche anche se a volte si allontanano dal loro vero significato a causa di questa distorsione, rappresentano comunque un interazione, un dialogo tra pubblici di non esperti, che contribuisce alla diffusione della scienza. “I pubblicitari come i giornalisti non specializzati, gli insegnanti, i presentatori della televisione e della radio e gli artisti, sono attori con un ruolo rilevante nella diffusione della scienza nella società” . La comunicazione della scienza non sempre segue un processo lineare, che passa dagli esperti, al pubblico di non esperti. A volte prende percorsi diversi, non specialisti e diretti ma obliqui come la pubblicità. Capaci ugualmente di comunicare.
“L’esposizione al sole può aumentare notevolmente il pericolo di insorgenza di un tumore della pelle”. E’ un informazione di cui non tutti erano a conoscenza fino a qualche decennio fa. E non è detto che la sua diffusione, come quella di altri messaggi a riguardo della salute e della prevenzione, sia stata possibile solo grazie ai canali istituzionali. Spesso un contributo sostanziale arriva proprio dalla pubblicità, che ha si dietro, il tornaconto di una qualche ditta interessata, ma che in fin dei conti aiuta a diffondere il messaggio. Questo perché la pubblicità passa per lo più attraverso il canale televisivo, molto più popolare rispetto ai giornali e alle riviste periodiche e capace di raggiungere le più svariate classi sociali. Il messaggio non commerciale viene diffuso attraverso riviste specializzate e quotidiani, strumenti di una classe colta e istruita che sa anche come interpretare il messaggio e utilizzarlo poi nella vita di tutti giorni. Ma questa stessa informazione può non essere colta e interpretata allo stesso modo da tutti. Ad alcune classi sociali, differenti per livello d’istruzione ed età non arriverà, o se anche arrivasse, non è detto che il destinatario sia in grado di trasmutare il concetto nella vita pratica.
Ovvio che la ditta produttrice di creme solari, ha tutto l’interesse a diffondere questo messaggio e a spingere le persone ad acquistare la sua super innovativa crema protettiva per difendersi dal sole e dal tumore. Ma la signora che prima era all’oscuro di questo problema, quando all’ora di pranzo mentre prepara da mangiare vedrà lo spot, in qualche modo avrà acquisito un informazione in più. Probabilmente in una forma distorta e poco veritiera dal punto di vista scientifico, ma verrà comunque iniziata al problema. E forse si, per praticità comprerà quella crema o magari un’altra, perché almeno per il momento è l’unica soluzione fornitale per risolvere la questione, ma comunque il concetto sarà passato. Ci avrà guadagnato la ditta dei solari, ma anche la signora che riceve la pubblicità.
Negli anni ’80 numerosi studi hanno dimostrato che il regolare consumo di fibre alimentari introdotte con la dieta (per esempio attraverso i cereali), riduce il rischio di tumore al colon. Alcune indagini di mercato riguardo la vendita e il consumo di marche differenti di cereali, hanno evidenziato un notevole incremento nelle vendite, nel periodo di tempo in cui le ditte produttrici di cereali hanno potuto utilizzare il messaggio salutista per la loro campagna pubblicitaria. Precedentemente, quando il legame tra il consumo di cereali e la prevenzione del tumore al colon, era stato reso noto solo tramite pubblicità senza fini di lucro, il consumo di fibre era notevolmente più basso. Anche qui si ripresentano i due lati della medaglia: la ditta che usa l’informazione scientifica a suo vantaggio, inserendola nella pubblicità per vendere i cereali; e una maggior diffusione del messaggio “l’aumento del consumo di fibre può ridurre il rischio di tumore”, che precedentemente, nella forma istituzionale non aveva funzionato e solo grazie alla pubblicità ha ottenuto una maggior consenso.
Non va dimenticato che le pubblicità a volte sono poco veritiere e il messaggio scientifico è nascosto tra le righe e deve sempre essere valutato attentamente e magari verificato. In Italia per esempio, il signor Scotti non ha avuto vita facile per la pubblicità della sua pastariso, che grazie all’aiuto dei Betaglucani dell’Orzo, aiuta a ridurre il colesterolo. Il dibattito scientifico a riguardo della veridicità di questa campagna pubblicitaria ha coinvolto anche il parere dell’autorità per la sicurezza alimentare europea (EFSA), la quale alla fine ha dichiarato che il consumo regolare di betaglucani aiuta a ridurre il livello di colesterolo nel sangue, ma solo se la dose giornaliera è di almeno 3 grammi. Quantità che può essere assimilata anche con una diete sana ed equilibrata senza dover ricorrere a cereali e pasta in quantità elevate (sarebbero necessari 100 o 200 grammi di cereali per avere l’effetto positivo dei betaglucani sul livello di colesterolo) . Il concetto che le fibre aiutano a ridurre il livello di colesterolo nel sangue è giusto e sicuramente il contributo del sig. Scotti è servito a diffondere l’informazione. Sarebbe utile però, una volta recepito il messaggio, documentarsi e acquisire le informazioni necessarie per una corretta comprensione del problema, magari attraverso delle fonti prive di interessi personali.
La pubblicità può aiutare a diffondere alcune nozioni scientifiche e può fare del bene alla scienza ma è sempre importante scindere le due identità. Usa la scienza per “farsi bella” e costruisce su di essa una garanzia per i suoi prodotti, ottenendo così un ritorno economico. La scienza di contro ci guadagna poco sul piano dell’immagine, che viene distorta e resa in una veste magica, poco veritiera. Ma dietro la maschera della pubblicità spesso si nasconde un messaggio scientifico vero, che viene trasformato dal pubblicitario, esperto nel comunicare, ma non esperto di scienza. I pubblicitari in quanto bravi comunicatori, sanno raggiungere target diversi e mirati della popolazione, e possono avere un peso non trascurabile nella diffusione della scienza. Una volta giunta a destinazione però, la pubblicità deve essere sezionata da chi la riceve. Il destinatario deve essere in grado di eliminare il filtro distorto della pubblicità e smascherare il vero messaggio scientifico.
Una buona comunicazione non deve basarsi solo sulla trasmissione dell’informazione, ma anche dare ai cittadini gli strumenti necessari per affrontare la questione. Altrimenti lasciati a se stessi non sapranno che farsene di quell’informazione. In USA per esempio è stata fatta una pesante campagna pubblicitaria contro l’eccesso di grassi e sale nell’alimentazione, causa rispettivamente di problemi cardiaci e ipertensione. Ma nonostante l’ottimo livello della campagna, le abitudini alimentari degli americani non sono cambiate perché non gli sono stati dati gli strumenti necessari per affrontare il problema
Bibliografia
Altieri Biagi, M. L., & Bandini, M. Il linguaggio della pubblicità: le fantaparole.
Dongo, D. (2011). http://www.ilfattoalimentare.it/la-questione-dei-betaglucani-che-riducono-il-colesterolo-infiamma-il-dibattito-scientifico.-un-nuovo-parere-dellefsa-promuove-le-fibre-vegetali.html. Tratto da http://www.ilfattoalimentare.it.
Greco, P. (2010, maggio 15). Somatoline Cosmetic: questa è scienza. Tratto da http://www.scienzaearte.it/.
Ippolito, P. M., & Mathios, A. D. ( 1990). The Regulation of Science-Based Claims. JournalofConsumerPolicy , 13: 413-445.
Pitrelli, N., Manzoli, F., & Montolli, B. (2006). Science in advertising: uses and consumptions in the italian press. Public Understanding of Science , 15; 207-220.
Playfair, A. (1938). Science in Advertising. British Medical Journal .



